Donne di Cuori è una nuova Associazione del territorio bresciano che negli intenti vuole accogliere e condividere vissuti ed esperienze con donne che cercano un punto di riferimento e un confronto su tematiche femminili e, soprattutto, lesbiche. Il nostro modo di fare politica sarà quello di esserci, nelle piazze, tra la gente, mostrando i nostri volti e promuovendo la cultura LGBT in tutte le forme che ci appartengono, al fine di ricostruire un’immagine di noi, donne lesbiche, scevra da ogni tipo di pregiudizio.


mercoledì 17 maggio 2017

17 maggio 2017 Giornata Internazionale Contro L’Omofobia


Donne di Cuori per questa giornata ha voluto riproporvi il testo di “Una scuola diversa” di Giusi Marchetta pubblicato nel 2015 su “La ricerca” rivista di Loescher.

Il racconto di una professoressa che affronta la solitudine del suo ruolo in un contesto sociale, quello attuale, che vede atti come questi diventare azioni di coraggio che vanno ricordati e riproposti fino a che le cose potranno davvero dirsi cambiate, se mai questo accadrà in Italia.




 
C'è questo spot che gira. Non girava quando eri piccolo tu. Nello spot ci sono un’aula universitaria che si riempie poco a poco, una squadra di rugbisti pronta ad allenarsi, la sala visite di un veterinario. Davanti agli studenti, ai giocatori e alla proprietaria di un cagnetto malmesso si presenta una bambina diversa. Dopo il primo iniziale stupore, ognuna di queste bimbe sorride e comincia a lavorare: una fa lezione di anatomia, un’altra allena la squadra, l’altra visita il cane. Alla fine dello spot, rivediamo la bambina/insegnante nella sua stanza; le sue Barbie, attentissime, la ascoltano fare lezione dai loro minuscoli banchi. Immagina di essere una professoressa, ma è un caso: domani sarà qualcos’altro.

Vai a scuola anche tu, quella vera però. Sei un professore e quando entri in classe si alzano in piedi. Dicono buongiorno e arrivederci. Dicono che non hanno potuto studiare per il cane malato o la nonna, o, più spesso, perché non hanno trovato il compito assegnato sul diario. Ti sembra palesemente irrealistico che il numero esatto degli esercizi assegnati compaia di colpo sulla pagina di venerdì se non c’è nessuno che le appunta. Commini una nota, l’ennesima: gentile signore, gentile signora, anche oggi Matteo, Giulia, Ahmed sono senza compiti. Ti chiedi cosa significhi lo scippo che ti recapitano il giorno dopo al fondo e un’ipotesi ce l’hai: sì, sì, ho visto, gentilissimo professore, grazie, pazienza, alla prossima.
Così passano gli anni. Spiegando, annotando, chiarendo, sgridando. Ogni tanto ti sforzi di inserire qualche azione che spezzi la piaga della routine scolastica: allora ridi, scherzi, consigli, consoli e lo fai sempre più spesso perché alle medie è il bisogno di consolazione che ogni tanto ne spinge uno fino alla cattedra mentre intorno esplode l’intervallo. Di solito scappa da qualcosa di cattivo che gli hanno detto o fatto. E non beartene, non sei tu, è che non sa da chi andare: una ferita senza medico lo porta a cercare qualcuno di innocuo con cui confidarsi. E allora secondo copione consoli e dispensi consigli banali, pacifici, sempre uguali.

Non ascoltarli. Sii paziente. Crescerai, passerà.
Non ascoltarli. Sono invidiosi. Non sei affatto brutto, basso, incapace, imbranato.
Conosco tua madre e fa un lavoro onestissimo: non ascoltarli.

Puoi ripetere le stesse cose a occhi chiusi, adattarle all’uno o all’altro. Ti sembra di essere immune alla pietà e alla rabbia: sai già che la vittima tornerà nei racconti di un altro nelle vesti di carnefice e viceversa. Hai una buona parola per tutti. La stessa.

E poi li conosci e di ognuno conosci l’imperdonabile peccato: il grasso, l’acne, il sudore in eccesso, le scarpe sbagliate, la tuta rattoppata, il diario pieno di insufficienze mai firmate. Può essere solo un dettaglio: non importa. Se ti strappa dal branco è finita. Sei diverso. Sei solo.

Questo lo sai e quando Matteo, afflitto, viene verso la cattedra sai anche che lui è il più diverso di tutti.

Non sei una cosa sola, Matteo, ne sei quattro.
Prima sei maschio perché hai un apparato genitale maschile. È il corpo, ci nasci: la nostra prima lotteria. A partire da questo apparato ti assegneranno le altre tre parti: un genere maschile, un orientamento eterosessuale (le femmine, Matteo, devi guardare quelle), e un
ruolo sociale (il calcio, i film d’azione, portare a casa uno stipendio).
Ma questo non è vero.
Sei nato maschio, ma puoi sentirti donna. Puoi guardare gli uomini o le donne con lo stesso desiderio. Puoi desiderarli entrambi. Puoi giocare con le bambole, guardare i film d’amore. Puoi piangere Matteo, come fai adesso e senza un briciolo di vergogna.
Non c’è niente di male in nessuna delle parti che sei e non hai scelto. Se tu lo sapessi e se lo sapessero i compagni questi anni non sarebbero l’inferno sulla terra. Sarebbero vivi ed eccitanti. Invece questi anni te li perdi, anzi, te li rubano i compagni che ti ridono alle spalle.
Non rattristarti: col tempo tu potresti scoprire tutte le parti che ti rendono Matteo, diventare te stesso, essere felice; molti di loro cresceranno sapendo come puntare il dito contro e non come subirlo. Non si conosceranno mai per paura di conoscersi davvero. Moriranno
così. Sarà un peccato.

Ecco, professore, quello che dovresti dire a Matteo e a tutti gli altri invece di ripetere che il numero di proposizioni in un periodo è uguale al numero dei verbi che vi sono contenuti.
Se lo dicessi una volta sola senti che questa infelicità che vi portate tutti addosso se ne uscirebbe dalla finestra, farebbe seccare gli alberi in giardino.

Invece conti i verbi, le proposizioni.

Non ascoltarli, dici a Matteo, come a tutti.

Pensi allo spot della Barbie. Non hai mai giocato con le bambole, mai immaginato di essere mille cose. Solo una.
Un giorno, se fossi stato libero.
Lo sognavi, ci fantasticavi. Ti faceva star male.
Lo facevi lo stesso.
Matteo però insiste finché non cedi: ti alzi e vai a vedere la scritta sul banco.
Sono solo due parole: “Matteo” e “Omosessuale”, tirato via in fretta.
È il momento, professore.
Devi urlare? Punire tutti?
Segui il profilo delle esse.
“Non è una parolaccia”, dici. La voce ti trema un po’. “Non è un insulto”.
C’è un silenzio sconosciuto in terza A. Tengono gli occhi bassi e gli dispiace perché sei il loro professore da tre anni e ti hanno deluso.
Matteo ti scongiura con gli occhi.
È il momento, professore.
Non è Matteo, sei tu.
A questi ragazzi che ti stimano e ti vogliono bene c’è una sola cosa da chiedere adesso: se a casa ti aspettasse un uomo cambierebbe il tuo modo di fare lezione? Di lavorare per loro? Di essere la persona di cui hanno imparato a fidarsi? Cosa cambia? Ti viene da dire. Però non lo fai.

Intoni la predica standard su rispetto e tolleranza; via via ti incattivisci, accenni al Medioevo, gli dai degli ignoranti. Loro ti ascoltano, qualcuno arrossisce, colpevole.

Dalla cattedra continui coi rimproveri ma intanto anche tu arrossisci, colpevole: stai difendendo Matteo da una distanza di sicurezza. È il diverso da rispettare, questo stai dicendo. Lui è diverso, mai noi. Mai io.

Non te la senti di dire io, di insinuare un dubbio. Non con queste famiglie, ti dici. In questo quartiere. Con questi colleghi. Non vuoi noie, pettegolezzi. È solo prudenza, ti dici, e invece è paura di ritrovarti solo, strappato dal branco.
Quando hai finito la ramanzina mantieni l’aria disgustata e assegni un esercizio di grammatica con principali e subordinate. Abbassano la testa, si mettono al lavoro. Solo Matteo non ha ancora preso il libro.
Con la gomma in mano fissa la scritta per un attimo prima di cancellarla: c’è qualcosa in quella parola che gli spetta e che non gli hai saputo dare. Prima forse lo avvertiva, adesso lo sa con certezza. Guardi lui e anche gli altri: vorresti essere in una scuola che li facesse sentire meno soli e sbagliati, ma quella scuola non è qui stamattina.
Matteo apre il libro, comincia ad andare a caccia di verbi e tu allora ti concedi un piccolo salto nel tempo, lo segui al liceo, all’università. Ecco, lo vedi: sognerà di essere quello che è liberamente, ci fantasticherà sopra. Ci starà male. Lo farà lo stesso.
 
 
 



 

domenica 23 aprile 2017

Storia di una valigia smarrita



Fate finta di vagare…vagare fluttuando. Fate finta di essere improvvisamente immersi dentro un mare.
Le onde, senza direzione, sbattono contro di voi, senza che possiate capirne la direzione.
Fate finta di poter, con sforzo, riemergere. L’aria nei vostri polmoni. Con lo sguardo vagare...non c’è porto, isola o boa intorno a voi.
Le braccia si muovono, cercano di tenere il corpo a galla, ma nella testa un solo e unico pensiero: “ora dove vado?”

Ora, dopo avervi regalato questo delizioso cameo, o come direbbe qualcuno, dipinto con maestria questo spaccato di tipico lesbodramma (di cui io, con fierezza sono una maga, a quanto dicono….), invito le lettrici, anzi “sfido” le lettrici a non aver provato, almeno una volta nella vita, questo tipo di sensazione.

Dunque, dopo i canonici cinque secondi di insight, che ognuna di voi avrà fatto, provate a chiudere gli occhi, fate uno sforzo e immaginate di aprire una grande valigia di cartone…di quelle antiche, da viaggiatrice.

Aprite il coperchio e riempitela, riempitela fino all’orlo di domande, tante, molto diverse… alcune confuse… altre banali e sciocche… qualcuna impronunciabile; domande strane su di voi, su altre persone, domande bizzarre, che quasi vi vergognate a pronunciare, domande strampalate, magari con un inizio e senza una fine.

Chiudete la valigia, colma di tanti perché e avviatevi camminando… verso un viaggio.

Io mi sono scoperta all’età di trentatré anni, con un passato da etero convinta, fatto di tutto, ma proprio tutto ciò che una donna etero può raggiungere a questa eta’. Scoprirmi, per me, ha significato mettere in discussione tutto ciò che era certo, ogni premessa che io avevo sulla mia persona, ogni convinzione, strada e idea attraverso cui la mia vita, fino a quel momento, aveva preso forma.

La valigia che avevo sempre portato con me, improvvisamente, si è ribaltata…tutto si è rovesciato sul pavimento e io piano piano ho dovuto ricominciare a riempirla di nuove domande, di nuove realtà, sensazioni e soprattutto di una nuova me…. ma che fatica!!!!

Durante il mio viaggio personale mi è capitata però la fortuna di incontrare l’associazione “Donne di cuori”.

Io con la mia valigia un giorno sono arrivata in questo gruppo di donne, ognuna diversa, ognuna con una propria storia, alcune di loro molto serene e a loro agio, altre meno, alcune con storie da raccontare, altre con sorrisi, altre con alcune cose da dire e alcune da ascoltare.

Il percorso con l’associazione è stato molto importante. Potermi confrontare, soprattutto in un clima di serenità, ha aiutato molto. Ascoltare i racconti delle altre ragazze, ciò che pensavano, frammenti delle loro storie, ha permesso a me di cominciare a comporre la mia, lenire le ansie e poter dire che ciò che stava accadendo poteva forse essere condiviso? Che i pensieri che avevo dentro, erano pensieri che già, qualcun’ altra aveva già incontrato sul proprio cammino? Che le domande che mi frullavano in testa non erano cose così strambe e assurde in fin dei conti…

La condivisione ha un valore enorme. Mettere in comune tempo, pensieri, opinioni, frammenti di vita aiuta ad accrescere la conoscenza di sé, arricchisce ed emancipa. E’ un buono strumento per superare la paura, l’ansia e il senso di solitudine che una persona può provare nel momento in cui porta con sé dei vissuti che non ha la possibilità invece di raccontare….

Il gruppo rafforza, protegge e ti aiuta a sentirti più forte e per me che ero piena di paura… la paura che può emergere nel momento in cui ti scopri (ad un’età non proprio giovanissima e in una situazione di vita già ben delinata) ha avuto un’importanza fondamentale.

Questo gruppo è cresciuto ed anch’esso è cambiato dal mio arrivo ad oggi. Al suo interno ho trovato persone che per me sono state una guida e dei punti di riferimento. Persone che hanno condiviso con me informazioni, esperienze ed opinioni. Persone che a mia volta ho visto crescere e diventare, lungo il cammino, sempre più forti. Persone a cui ho visto portare avanti le loro idee con volontà ed orgoglio.

A volte proprio vedere in loro il coraggio con il quale portano avanti l’idea di diritto, libertà di essere e orgoglio, ha aiutato me ad averne nei momenti più faticosi. Insieme a loro ho potuto dare voce al mio desiderio di essere libera, vera e me stessa.

Quant’é bella la parola orgoglio….

Ho anche visto il gruppo, avere la forza di mettersi in discussione e rimettersi in gioco e questa cosa mi rende molto felice, perché credo che, associazioni come la mia siano molto importanti, per tutte quelle persone che iniziano un cammino di scoperta di sé.

Ho visto il gruppo trasformarsi e trasformare ciò che era, provando a rispondere ai bisogni che pian piano sono emersi dalle singole personalità.

I desideri di confronto, informazione e scambio emersi qualche mese fa, in questo periodo hanno dato infatti forma ad un entusiasmante percorso fatto di lavori di gruppo, durante i quali vengono utilizzate diversificate tecniche di comunicazione, che facilitano il “mettersi in gioco” di ognuna di noi.

Vengono scelte delle tematiche su cui ragionare e riflettere e strumenti che facilitano tutto cio’ (libri, proiezioni, materiali vari…). Si parla dunque di femminismo, identità, libertà, maschile/femminile, amore… ma la cosa più importante è che viene fatto insieme. Ognuna ha la possibilità di dare la propria opinione e condividere quella altrui. Ha la possibilità di chiedere ed acquisire informazioni nuove, stimoli nuovi e costruttivi magari da poter poi approfondire.

Idee diverse emergono e ognuna di loro ha il proprio spazio. Le differenze fra di noi diventano in questo modo un arricchimento e un confronto.

Inoltre, le relazioni si fortificato, perché spesso le tematiche sono sensibili a molte e questo facilità la “messa in gioco” e la condivisione di gusti, opinioni ed esperienze personali.

Io credo che questo nuovo percorso intrapreso, sia la base per rafforzare l’identità del gruppo stesso. Questo perché, questa nuova direzione, facilità la coesione fra le persone e solidifica i legami, attraverso esperienze comuni su tematiche significative. E se il gruppo diventa forte anche il singolo ne ha giovamento.

Magari, non si potrà rispondere a tutte le domande personali di ognuna di noi… e la nostra personale valigia ci accompagnera’ comunque, ma proprio il tentativo stesso di risposta, rende il braccio, che deve portarsela appresso, più forte e sicuro….

E se il nostro personale viaggio magari non ha ancora una direzione ben precisa…. questi piccoli viaggi di conoscenza, su questioni che, in fin dei conti, riguardano ciascuna di noi, in qualche modo ci aiutano, se non altro, a dare ordine ai pensieri e alle idee, che saranno la base di come noi scegliamo e decidiamo di vivere ciò che veramente siamo….


Chiara

domenica 19 febbraio 2017

#unit* da un sogno


Era maggio 2016 e la nostra quotidianità veniva destata, con stupore, da una comunicazione inviata da un’associazione locale.

“Richiesta incontro-Pride 2017 Brescia” era l’oggetto della mail.

“Ok, ci penseremo e ci aggiorniamo dopo l’estate”, questa la decisione delle Associazioni coinvolte, ma dentro di noi… “i tamburi già battevano”.

A settembre 2016, un aperitivo informale per capire se e come avevamo intenzione di muoverci ha messo in moto la grande macchina chiamata Brescia Pride 2017 #Unire la città.

Nasce così il Comitato Pride, che vede le Donne di Cuori insieme a Caramelle In Piedi, Chiesa Pastafariana, Equanime e Pianeta Viola lavorare insieme alla realizzazione di questo sogno comune: il primo Pride bresciano.

Un’enorme ricchezza fatta di persone molto diverse, ognuna con il proprio percorso e le proprie attitudini, crea un’unica grande rete che accompagna tutte e tutti in un viaggio lungo 6 mesi dove all’interno sarà possibile esplorare il mondo LGBT da ogni angolazione e per ogni sensibilità umana.

“Dobbiamo indire una conferenza stampa”, “Come facciamo il logo?”, “C’è da pensare al percorso per il corteo”, “facciamo le spillette?”, “presentiamo questo libro”, “e se facessimo una mostra?”, queste e molte altre domande, da quel giorno, colorano i nostri assidui incontri.

Dalla creazione del nostro Logo, quello della Loggia Rainbow che da sempre rappresenta per Brescia un simbolo di unione, il nostro progetto ha iniziato concretamente a prendere forma.

Da qui s’intrecciano incontri, gruppi di lavoro, pianificazione di eventi, interviste, burocrazie varie, raccolte fondi, perdite di sonno, confusioni varie, risate, impegno e gratificazioni che ancora proseguono e ci vedranno trionfanti il prossimo 17 giugno in un coloratissimo corteo finale!


Per approfondimenti e aggiornamenti costanti ci trovate sulla pagina Facebook del Brescia Pride, oppure qui http://www.bresciapride.it/


domenica 22 gennaio 2017

Il coraggio dei giusti

27 gennaio Giorno della Memoria

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto.”
(Anneliese Knoop-Graf)

“Se Dio esiste, deve chiedermi perdono”. Questa è la scritta trovata su un muro di Auschwitz, il vasto complesso di campi di concentramento e sterminio nazista, in funzione tra 1940 e 1945. 
Uno dei tanti di una lista spaventosa di cui dobbiamo temere l’inosservanza e l’incuria della nostra memoria affinché nulla vada perduto, ma trasmesso nel tempo alle generazioni future, come insegnamento alla perseveranza di cercarsi nel passato per costruire su di esso un futuro di rispetto e pace.
È con un racconto d’amore che vogliamo ricordare questa giornata, il racconto delle azioni di Clelia Caligiuri De Gregorio: una donna “giusta” che ha rischiato la propria libertà e la propria vita per salvare l’ebrea jugoslava Sarina Karliner.
Scappata da Zagabria nel 1941 e diretta a Spalato, in Dalmazia, per cercare rifugio presso il quartier generale dell’esercito italiano, Sarina incontrò Clelia a Follina, piccolo paese in provincia di Treviso. E Clelia non volle tirarsi indietro.
Vedova con tre figli, Clelia Caligiuri De Gregorio, per quasi tutto il periodo della Seconda guerra mondiale nutrì e protesse Sarina Karliner fino alla liberazione nel 1945, portandole cibo, assistenza e conforto in una situazione di estremo pericolo, mantenendo anche la promessa di portarla nella propria casa di Piavon come estrema misura di protezione. 
Infatti dopo l'armistizio del settembre 1943, quando gli alleati tedeschi si trasformarono in occupanti persecutori, Clelia creò un rifugio sicuro per Sarina all’interno di un armadio di casa sua, fornendole ogni genere di conforto e di appoggio fino alla fine. Mise a repentaglio la propria vita e quella dei suoi figli quando il rifugio fu quasi scoperto dalle SS, ma non esitò a continuare la propria opera accompagnando Sarina in un trasferimento estremamente rischioso a Lutrano, da un sacerdote che acconsentì a tenerla nascosta nell’ultimo periodo di occupazione tedesca. E anche in quest'ultima fase l'assistenza di Clelia, che portava cibo due volte a settimana, fu fondamentale.
Il 18 ottobre 1966 Yad Vashem (Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele) ha riconosciuto Clelia Caligiuri come Giusto tra le Nazioni, un titolo utilizzato dopo la seconda guerra mondiale per onorare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico, a rischio della propria vita e senza interesse personale, per salvare quella di anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah.
Questo riconoscimento prevede la consegna di una speciale medaglia con inciso il nome, di un certificato d'onore ed il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei Giusti, presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. 
Ad ogni Giusto tra le Nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero, come pratica tradizionale ebraica che indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara.
Con questa storia vogliamo sottolineare i valori civili umanitari che hanno fatto parte di un tempo di guerra e di odio, grazie a migliaia di donne e uomini oggi ricordati in quel giardino come alberi di speranza e di coraggio: il coraggio di non arrendersi, e la speranza che l’indifferenza venga cancellata dalle azioni future di ogni essere umano.
Ad oggi sono stati riconosciuti nel mondo 26.120 Giusti tra le Nazioni e 671 di questi sono italiani.

L'Italia è oggi l'ottava nazione per maggior numero di Giusti.

Bruna Ramus

Clelia Caligiuri De Gregorio

Il giorno della consegna del certificato di Giusto tra le Nazioni

 L'albero di Clelia, oggi nel Giardino dei Giusti




venerdì 22 luglio 2016

La penombra e i colori dell'amore






Io non sono tra coloro che "si sono scoperte tardi". 
Di me lo so da sempre, da quando i parenti ai pranzi di Natale mi chiedevano se avevo il "fidanzatino" e io avrei voluto rispondergli che c'era una mia compagna delle elementari che avrei voluto presentargli. Lo so da quando tutte le mie amiche uscivano con i primi ragazzi e io guardavo le loro mani, il loro sorriso e i loro occhi verdi mentre mi raccontavano del primo bacio. 

Siccome, però, "così fan tutte", alla fine con gli uomini ci sono uscita anch'io, intrecciando le storie più assurde e sbagliate, prendendo e lasciando e facendo anche del male a qualcuno (a me per prima) e imparando a conoscere me stessa.

La prima esperienza vera con una donna l'ho avuta a 18 anni, ma eravamo piccole, incoscienti, non sapevamo nulla di noi, figuriamoci dell'amore. Quella storia l'abbiamo vissuta, consumata, devastata come solo gli adolescenti sanno fare e quando è finito tutto siamo rimaste con il sapore che fosse crollato il mondo e la paura che non ci saremmo più innamorate. Mai più. Quantomeno io.

Ovviamente non è andata così.

A 27 anni ho conosciuto lei. 
Ricorderò quella sera per tutta la vita. 

Ero in penombra nella mia stanza e mentre lavoravo al computer per sistemare un file, avevo lasciato una chat per sole donne aperta e ridotta a icona.
Si aprì una finestra sullo schermo. C'era il suo nome per esteso, un "CIAO" e c'era lei.
Le risposi.
Lei scrisse ancora.
Da quel giorno quel saluto divenne un appuntamento fisso, un fiume di parole senza argini, divenne racconti, dialoghi, telefonate lunghissime e senza mai un silenzio e poi, anche, la voglia di vedersi.
Lei abitava (e abita tuttora) a 300 km da casa mia, ma non importava a nessuna delle due.
Non l'avevo mai vista, né lei aveva mai visto me. Non esisteva Facebook, non esistevano gli smartphone. 
Avevamo un cellulare, gli sms illimitati e la posta. 
E per posta mi arrivò una sua foto a sei anni e un mazzo di rose rosse che mio padre si ricorda ancora per avergli dovuto fare spazio in salotto perché sul tavolo della cucina ci dovevamo mangiare e mangiare in una selva non era proprio possibile.

Ci incontrammo di sera, in stazione.
Tremavamo entrambe come foglie, nonostante l'inverno fosse passato da un pezzo e non ce ne fosse motivo.
Avevamo tutte le nostre parole nelle tasche, la voglia di parlare ancora sulle labbra, nelle orecchie la voce, nel cuore solo il desiderio di stare assieme  per tre giorni.

Non avevamo mai parlato di baci, eppure accadde dopo un quarto d'ora che eravamo sedute in macchina. Lei stava guidando oltre i 100 orari, mi sporsi e la baciai.
L'auto decelerò fino a fermarsi in una piazzola.
Restammo molti minuti con lo sguardo fisso oltre il parabrezza, senza il coraggio di guardarci l'una con l'altra e i cuori che sembravano essere passati dal petto alla gola.

Quei tre giorni li trascorremmo nella penombra di casa, esattamente così come ci eravamo conosciute.
Lì cominciò una sequenza di giorni passati (sempre) assieme fino a un totale di quattro anni e mezzo, il mio trasferimento, una convivenza, chilometri di viaggi attorno al mondo.
Viaggi che restano tra i più belli della mia vita.

Non rimpiango nulla. Lo farei e rifarei e lo rifarei esattamente così come l'ho fatto, solo, forse, parlando di più e pretendendo qualche risposta.

O forse anche no ed era e rimane perfetto così.

Ciò che resta di bello è che quando mi scrive, ancora oggi, mi emoziona. Con un colore molto diverso, ma pur sempre pieno e, ancora, nonostante tutto, in penombra.

Barbara Audisio


Pic Nic estivo :-)




Un'altra occasione per stare insieme

Domenica 24 Luglio



Vi aspettiamo...